Le scarpette rosse maledette e la femminità punita

La storia delle “scarpette rosse”, di Andersen, è una delle più brutte e tristi che mai siano state scritte. Ce l’avete presente? La riassumo molto in breve e chi vuole conoscerla meglio può leggersi la fiaba intera: una ragazzina – manco a dirlo orfana – riceve un paio di scarpette rosse dalla sua tutrice.  Con quelle scarpe rosse, anziché con quelle nere che il buon costume prevede, va in chiesa, alla funzione domenicale. Ma viene sgridata e allontanata. Con quelle stesse scarpette rosse, anziché fermarsi a casa a vegliare la vecchia tutrice morente va a un ballo. Perciò viene punita dal solito vecchio soldato, che sempre compare nelle fiabe a giudicare e condannare (chi sarà mai quel vecchio soldato??!!!). La ragazzina non riesce più a sfilarsi le scarpette, le quali cominciano a ballare da sole e a trasportarla di qua e di là senza che lei possa mai riposare. Finché, sfinita e pentita, la ragazzina si fa tagliare i piedi per potersi fermare e redimere.

Non posso trovare parole per esprimere quanto orrore mi fanno le fiabe dove le scarpette da ballo sono maledette e portano le protagoniste alla sofferenza. A me sembra che abbiano lo scopo nascosto di colpevolizzare la sessualità femminile, di cui le scarpette rosse sono il simbolo, nonché di domare l’istinto selvaggio delle donne alla danza e alla libertà (in questa fiaba le scarpe rosse portano la protagonista nel bosco di notte e la costringono a danzare sfrenatamente anche quando non ha più forze). Ricordate che in chiesa potevano entrare solo scarpe nere? Bene, alla fine la ragazzina, per poter entrare in chiesa a pregare e a pentirsi del suo “orribile” desiderio di danzare e di essere libera e selvaggia, si fa tagliare via i piedi con tutte le scarpette rosse. Il messaggio è molto chiaro: per essere accettate dalla comunità è necessario uniformarsi, imbruttirsi, scomparire. Purtroppo ci sono ancora madri o nonne che leggono alle bambine questa storia tremendamente perversa.  

Del resto basta guardare il film omonimo di Michael Powell del 1948 per comprendere il tremendo lavaggio del cervello che veniva fatto alle ragazzine con questa orrenda fiaba. Nel film addirittura chi toglie le scarpe e “riconsegna” la ragazza all’onore è proprio un prete, che la riporta in chiesa, lacera e ferita, e la “offre” al perdono di dio.

Vi lascio il link alla scena del film perché possiate verificare personalmente. https://www.youtube.com/watch?v=ktv3-1JTspc

Le scarpette rosse di Andersen non sono un caso isolato. Spesso nelle fiabe ci sono scarpette come simbolo di sofferenza, punizione, rinuncia. La scarpetta di Cenerentola, col piedino talmente piccolo da essere l’unica meritevole di divenire la sposa del principe (solo una mente perversa può pensare di mettere ai piedi di una fanciulla delle scarpette di cristallo e poi mandarla a ballare). E che dire delle scarpette rosse nuove della piccole Gerda, che, nella fiaba “La regina delle nevi” (sempre di Andersen), lei offre in dono al fiume affinché lui la conduca dal suo fratellino Kay, rapito dalla regina stessa. Il fiume accetta il dono, la barca parte e Gerda prosegue il viaggio scalza: l’immagine speculare della protagonista della prima fiaba, che comincia scalza e finisce con le scarpe. (L’illustrazione che ho usato qua sotto è di Richard Hook)

Le scarpette piccole e i piedini minuscoli che le calzano hanno un tremendo antefatto: quello dei piedini delle bambine cinesi, fasciati e costretti in scarpine lunghe pochi centimetri perché possano rimanere minuscoli ed assicurare così alle fanciulle di essere desiderabili e sensuali per i loro mariti. I “piedi di loto” ovvero quelle povere cose martoriate e piagate su cui le donne cinesi dovevano reggersi in equilibrio con sofferenza inaudita, erano considerati dagli uomini il massimo dell’eccitazione erotica. Le dita spezzate e rivolte all’indietro ricordavano loro la vulva. Ed era per loro estremamente sensuale accarezzare i minuscoli sofferenti piedini sui quali le donne dovevano stare in equilibrio tutta la loro vita, come ballerine sulle punte, incluso quando erano incinte o portavano i neonati in collo (su tale tematica uscì un film di Wayne Wang nel 2011, “Il ventaglio segreto”, tratto dall’omonimo romanzo che è sicuramente illuminante riguardo alla crudele pratica delle scarpette cinesi).

Insomma la scarpetta, simbolo della vulva, che sia rossa o di cristallo è sempre comunque maledetta perché la donna resti docile e sottomessa al sistema patriarcale fin dalla più tenera età… quella delle fiabe.

Come ho già fatto per altre fiabe, nelle quali ho trasformato con intento psicomagico tutte le crudeltà verso le donne in azioni di crescita e tutte le donne crudeli in maestre e madri (si vedano i miei RACCONTI DEL RISVEGLIO I e II su questo stesso sito nella sezione “libri”), anche questa volta ho riscritto la fiaba sostituendo modelli di punizione e sofferenza con modelli di crescita e forza della Sacra Femminità. Ecco la mia versione.

 

Raggio di Sole e gli stivaletti rossi

La piccola Raggio di Sole, del clan nativo dell’Antica Europa, aveva raggiunto l’età della sua Prima Luna, quella nella quale una fanciulla diviene donna e mensilmente offre il suo sangue alla Terra per ricordare alla Grande Madre il patto di collaborazione nel generare i nuovi membri del clan.

La mamma di Raggio di Sole l’aveva preparata e avevano pregato insieme la Dea fin da quando si erano presentati i primi sintomi. Ma la ragazzina non era preparata alla grande e gioiosa festa che le donne del clan organizzarono per darle il benvenuto nella comunità delle sorelle. Tutte insieme le avevano cucito un meraviglioso abito e un cappuccio altrettanto morbido nel quale la sua lunga treccia nera trovava spazio, arrotolata come un nido. Ma la cosa più straordinaria erano gli stivaletti di morbida corteccia di salice foderata di muschio, rossi come il sangue della Luna, tinti con il puro succo delle prime e più vitali bacche di primavera.

Quegli stivaletti rossi lei avrebbe dovuto indossarli per la sua celebrazione, quando le donne la avrebbero presentata alla Dea e al clan, come loro sorella, e lei avrebbe danzato intorno al fuoco dal tramonto all’alba, sul tappeto di petali di fiori rossi che esse avevano predisposto per lei.

Non aveva mai visto nulla di più bello. Quando li calzò per provarli sentì che aderivano perfettamente ai suoi piedi e che erano caldi e comodi. Non avrebbe avuto nessuna difficoltà a danzare. La mamma la guardava orgogliosa e compiaciuta: un’altra Figlia per la Dea, una figlia uscita dal suo ventre. Un’altra Sacra Datrice di Vita per le nuove incarnazioni nel clan.

La cerimonia prevedeva che, come tutte le altre prima di lei, anche Raggio di Sole passasse la notte precedente la celebrazione vegliando nella caverna utero, dove le anziane seppellivano le ossa dei defunti in attesa che la Dea li rigenerasse attraverso il ventre delle Sue Figlie ancora fertili. Nella grotta si entrava nude e scalze in segno di omaggio e di resa alla Dea nel suo aspetto di anziana. Raggio di  Sole venne accompagnata alla grotta dalla mamma e dalle sue nonne e lasciata davanti all’ingresso: doveva entrare sola e restare in raccoglimento fino all’alba. A Raggio di Sole non importava di essere nuda, il suo cuore e il suo ventre erano talmente caldi che non soffriva l’aria fresca della notte. Ma non aveva potuto lasciare gli stivaletti rossi nella capanna, come le aveva ordinato la mamma. Quegli stivaletti le erano entrati nel cuore al primo sguardo e, pur sapendo di disobbedire, li aveva portati di nascosto nella grotta prima della processione ufficiale e li aveva lasciati sotto una pietra per poterli indossare la notte stessa.

E così, quando le sue parenti se ne furono andate, lei, nuda come si trovava, invocò il perdono della Dea, infilò gli adorati stivaletti rossi e cominciò a danzare nella caverna illuminata dai raggi del sole calante, accanto alle ossa di coloro che erano già nel ventre della Grande Madre e che attendevano, come semi, di germogliare nuovamente alla Vita del clan. Raggio di Sole danzava e danzava senza fermarsi e senza sentirsi minimamente stanca, e quando sorse la luna, piena come una perla, lei si spostò all’ingresso della grotta per guardarla e adorarla danzando per lei.

E fu allora che dalla foresta giunsero dei rumori come di passi che spezzavano ramoscelli passando. Raggio di Sole ebbe paura ma non riuscì a smettere di danzare poiché sentiva dentro di sé la forza di tutte le donne del clan e delle antenate che la sostenevano. Trovò comunque il modo di avvicinarsi alla fonte da cui provenivano i rumori e vide, come in un sogno, una grossa orsa e il suo piccolo che si dirigevano verso la grotta. La ragazzina, pur senza smettere di danzare, cercava di rimanere nascosta alla vista del grosso animale. Ma il cucciolo, che era femmina, la fiutò e mentre la mamma si distraeva ad annusare alcune bacche, le si avvicinò curiosa, per giocare. Era così buffa e piccola. Raggio di Sole la prese delicatamente in braccio e se la portò via danzando senza minimamente pensare al rischio enorme che correva. L’orsetta sembrava divertirsi e a momenti chinava il muso per leccare il viso della sua amica.

Ma quando mamma orsa si accorse dell’assenza di sua figlia, nervosa si guardò intorno, cercandola coi piccoli occhi. Non le ci volle molto per individuarla che volteggiava tra le braccia della giovane umana. Si avvicinò con un ruggito già pronta a uccidere. Poi però la ragazzina entrò completamente nel suo campo visivo e l’enorme orsa si accorse che calzava gli stivaletti rossi. Così, dopo un momento di immobilità, riprese la sua piccola dalle braccia di Raggio di Sole e con uno sbuffo di avvertimento si voltò per tornare nella foresta.

In quel momento tutte le donne del clan saltarono fuori dai cespugli e da dietro gli alberi e intonarono il canto della vittoria. La ragazzina era stata risparmiata: aveva superato la prova.

– Tutte noi abbiamo disubbidito cara – le disse amorevolmente la madre di sua madre – non credere di essere stata la sola. La scelta si è presentata a tutte noi e tutte, dalla prima all’ultima, quando è stato il nostro momento abbiamo rinunciato al vestito ma abbiamo nascosto gli stivaletti rossi e li abbiamo indossati trasgredendo la ritualità. Ma è proprio questa la vera iniziazione: se la giovinetta sceglie di trasgredire e indossare gli stivaletti rossi nella grotta significa che pur accettando le regole del clan mantiene la sua libertà spirituale e la sua possibilità di scegliere; che accetta il suo ruolo di donna ma senza essere sottomessa. E’ l’orsa a decidere. E l’orsa, che rappresenta la Dea, l’utero e la caverna, ti ha risparmiata.

-Sei stata benedetta figlia mia – disse commossa la mamma – e ora fai parte della comunità delle donne. Possa la tua vita essere lunga e felice

Gli stivaletti le vennero sfilati e consegnati all’anziana del clan affinché li custodisse per la prossima iniziazione. E a Raggio di Sole le donne donarono un bellissimo paio di stivaletti bruni come l’abito, che lei avrebbe portato per camminare i suoi passi leggeri e consapevoli sul ventre di Madre Terra, da fanciulla, da donna e da anziana.

(Testo e foto stivaletti rossi by Devana figlia di Liliana CC 2018; le altre foto da fonte Internet)