La serva di Paracelso – Memoria di una vita sciamanica

Disegno di Nahima

Lo stanzone era fumoso e buio. Al tavolo centrale si affaccendavano diversi giovani infagottati in grembiuloni dal colore indefinibile per quanto erano sporchi e bruciacchiati. Storte, alambicchi e vasi di ogni dimensione erano poggiati su fornelletti a spirito o su piccoli bracieri pieni di tizzoni.

Lui, il più affannato di tutti nel correre da una parte all’altra del tavolo, era lo scienziato. Aveva fatto tanto parlare di sé per l’audacia dei suoi esperimenti, per le sue scoperte senza eguali in campo medico e filosofico. Aveva percorso mezza Europa per imparare e insegnare i suoi metodi. Era detestato dai suoi colleghi e amato da migliaia di discepoli che affollavano le aule universitarie quando lui parlava.

Ma la sua vita era precaria e complicata. Sarebbe bastato un nulla per farlo arrestare. Le autorità lo tenevano costantemente d’occhio in attesa di un passo falso. Qualunque pretesto avrebbe consentito loro di trascinarlo in prigione. Così lui viveva guardandosi alle spalle, senza mai dormire veramente, senza mai assaporare il cibo, nemmeno quando gli cucinavo i suoi piatti preferiti.

Io, Anna Schwester, ero la sua serva.

Tenevo in ordine il suo alloggio e il laboratorio alchemico, accendevo il camino, preparavo i suoi pasti, lavavo la sua biancheria. Ma avevo anche un’altra funzione di cui nessuno era al corrente: ero la depositaria dei suoi segreti più nascosti. Le sue scoperte, i pensieri che non osava scrivere né raccontare a nessuno perché troppo eretici, venivano trasferiti nella mia memoria cellulare usando un sistema che lui aveva ideato. Non mi dava spiegazioni perché diceva che tanto non avrei potuto comprendere. Non mi faceva ripetere a memoria. Tutto veniva trasferito dentro di me senza che io facessi nulla… attraverso un atto sessuale.

Sacra Unione, la chiamava lui.

Però non c’era “amore” tra noi, almeno non quello che comunemente si intendeva dovesse esserci tra un uomo e una donna che condividevano il giaciglio. Lui non amava nessuno. E io venivo, perlomeno in pubblico, trattata con rudezza per non destare sospetti.

Nemmeno io lo “amavo”. Tuttavia sentivo un grande rispetto per il suo coraggio e mi sentivo spinta a collaborare, a non negargli il mio corpo.

Diceva che “un modo di congiungersi rituale durante un atto sessuale permetteva il travaso della conoscenza dal maschio alla femmina, inserendola direttamente nella memoria cellulare, nel siero acquoso di cui le cellule sono piene”. Non so cosa voglia dire però ho memorizzato questa frase.

Mi aveva detto di aver trovato in un antico libro di alchimia che si chiamava Picatrix la giustificazione scientifica del nostro rituale. Le parole del libro dicevano: <il meglio, la cosa più saggia, quando si vogliono ottenere risultati seri e veramente scientifici, è quello di prendere una giovane vergine, appena formata, e di addestrarla seriamente nel silenzio di uno studio, non con lo scopo di sbalordire il pubblico con la produzione di fenomeni fisiologici e fisici, ma allo scopo di farne un aiuto prezioso per la ricerca scientifica dei segreti della natura>.

Quando egli sentiva di dover “archiviare qualcosa nel mio corpo” – così diceva – mi faceva capire di fermarmi per la notte. Faceva uno speciale cenno con la testa che avevamo concordato. Io fingevo di uscire dalla casa perché nessuno doveva sapere. Ma mi nascondevo nella legnaia e, dopo che se n’erano andati gli apprendisti, rientravo.

Lui mi faceva scaldare ben bene davanti al fuoco e mi dava da bere un liquido dolce che mi piaceva e mi faceva sentire piena di gioia. Lo beveva lui pure. E poi mi faceva sdraiare sul suo giaciglio e cominciava il nostro rito.

Non mi disturbava, anzi mi piaceva. Era una sensazione di vertigine, un calore che mi svuotava la testa e riempiva il mio corpo di piacere. Non sapevo cosa mi succedesse, però, dopo, sentivo di essere diversa, più bella, più importante. Aveva grande dolcezza e rispetto per me in quei momenti e mi chiamava “Sacro Vaso”. Mi faceva sentire di avere uno scopo nella mia esistenza.

Anche quella sera avevo intercettato il cenno della sua testa. Mi dovevo fermare. Era già successo molte volte da quando badavo alla sua casa e ultimamente sempre più spesso, come se si sentisse minacciato e avesse premura di “scaricare” in me tutto il suo sapere.

Gli apprendisti stavano ultimando i loro esperimenti quando la porta fu fracassata e nel laboratorio irruppero tre armigeri con barbe nere e occhi cattivi.

– Sei in arresto Von Hohenheim, finalmente ti mettiamo le mani addosso!

Lui non tentò di difendersi e nemmeno di scappare come aveva fatto altre volte. Era come se li stesse aspettando. I suoi apprendisti si dileguarono velocemente per non avere guai. Nessuno badò a loro: erano pesci piccoli. Io stavo per parlare ma mi fulminò con lo sguardo imponendomi di tacere.

– Prima che lor signori mi accompagnino al mio nuovo alloggio devo dare alla mia serva disposizioni riguardo alla casa. Vogliano aspettarmi fuori.

– Fuori? Ci credi babbei Paracelso? Parla pure alla tua puttana che noi tanto non ci muoviamo da qui.

Lui, Philipp Theofrast Aureolus Baumbast Von Hohenheim detto Paracelso, ingoiò la rabbia e mi si avvicinò per sussurrarmi poche veloci parole che gli armigeri non potessero sentire.

– Anna, amica mia, se scoprono quello che abbiamo fatto la tua vita non potrà essere salvata. Il nostro segreto deve rimanere nascosto. Ho fatto in modo che tu sia il mio libro vivente. Nelle tue cellule è depositata la memoria delle mie scoperte. Un giorno, tra centinaia di anni, saprai come fare per recuperare le informazioni. Addio. L’Universo ti ricompenserà.

Si girò e senza guardarmi si consegnò alle guardie che strattonandolo come un comune delinquente e ridendo sguaiatamente lo spinsero fuori casa, nelle gelide e buie strade di Salisburgo.

Rimasi per un pezzo accanto al camino che si andava spegnendo, senza la forza di muovermi o di reagire.

A notte fonda trovai il coraggio di uscire furtivamente dal laboratorio. Avevo dedicato a quell’uomo gli ultimi anni della mia vita al punto da dimenticare me stessa.

Cos’avrei fatto ora?

Come avrei impiegato il mio tempo?

E dove avrei potuto a mia volta scaricare tutto il sapere che egli aveva travasato in me… perché non fosse perduto con la mia morte? “Tra centinaia d’anni saprai come fare per recuperare le informazioni…” – aveva detto.

Cosa poteva mai significare?

Forse che attraverso le sue pratiche aveva reso il mio corpo immortale? La mia vita mi sembrava già tragica in quei primi attimi che seguirono al suo arresto… Come potevo immaginare un’eternità in quello stato?

Decine di domande si rincorrevano nella mia mente fino a farmi oscillare. Ero indebolita dallo spavento e dalla fame e sentivo la necessità di bere al più presto dell’acqua pura. C’era una piccola fonte limpida appena fuori dalle mura della città. La gente andava ad attingere l’acqua per la tavola e qualcuno raccontava di aver visto una fanciulla bionda vestita d’azzurro aggirarsi talvolta nei paraggi.

Certo non c’ero mai andata di notte, ma nello sconvolgimento di quelle ultime ore non trovai un luogo migliore dove rifugiarmi. Irrazionalmente speravo che la bionda fanciulla mi avrebbe trovata, aiutata!

Mi avvolsi strettamente una coperta intorno al corpo e mi incamminai al buio. L’aria era fredda ma mi ritemprava. Sentivo i capelli appesantirsi per l’umidità.

Evitai i vicoli che sapevo frequentati da gente di malaffare e dopo circa mezz’ora mi trovai alla porta della città. La guardia era già ubriaca e mezzo addormentata e non ebbi difficoltà a socchiudere l’uscio di legno piccolo e a sgattaiolare fuori, verso la campagna.

Non lontano finalmente, presso una radura, sentii il noto e confortante scrosciare dell’acqua libera. Il riflesso della luna piena si rispecchiava in mille scintille luminose che erano le goccioline degli spruzzi.

Immersi le mani nella conchetta di legno che il falegname della città aveva intagliato e posto sotto alla piccola cascata per raccogliere più facilmente l’acqua nelle brocche. Mi sciacquai il viso e bevvi con avidità, come se bevendo potessi trovare conforto.

E forse fu proprio così perché improvvisamente tutto fu chiaro e seppi cosa fare… cosa diventare… una “donna del bosco”, una waldfrau, nomade e libera. Tanto non avrei in ogni caso mai più potuto riprendere la vita di prima, prima che quell’uomo mi cambiasse così profondamente.

Avrei vissuto nei boschi aiutando la gente con le ricette e le pratiche che tante volte gli avevo sentito ripetere ai suoi apprendisti. Ormai conoscevo l’uso delle erbe e come massaggiare e trasferire calore alle parti del corpo malate, come intonare melodie con la voce e come pregare il fuoco e il vento per ottenere guarigioni. Sapevo anche come usare piccoli bisturi per incidere la carne e spurgare ascessi e bubboni.

Paracelso mai aveva sottovalutato il potere degli elementi e dei rimedi della natura.

Io avrei vagato, cercando di rendere utile la mia vita e onorando la sua memoria, fino a che non mi fosse stato dato un modo per scaricare il mio sapere in qualche luogo dove fosse al sicuro dai suoi nemici… che probabilmente ora erano anche i miei.

Tornai verso la mia modesta casetta per mettere insieme le poche cose che avrei portato con me, qualche camicia di ricambio e dei fazzoletti forse. Non sapevo, ero come guidata da una forza interiore che mi diceva cosa fare senza che dovessi io stessa decidere. Misi insieme un piccolo involto nel quale posi anche qualche provvista, pane e formaggio e della carne secca. Poi ripassai dal laboratorio sperando che non vi fossero state messe delle guardie. Volevo portare con me un bisturi e l’unguento di erbe amare che Paracelso usava come lenimento. Conoscevo la ricetta e quando fosse finito avrei potuto prepararlo io stessa. Ma intanto utilizzare il suo sarebbe stato d’aiuto a rimanere collegata con lui, a rimanere la sua serva e, d’ora in poi, la serva di tutti. Di tutti coloro che avevano bisogno di cure e che il fato avrebbe posto sul mio cammino.

Così avrei cercato di consacrare la mia vita a riparare la grande ingiustizia a cui avevo assistito… il suo arresto.

Tutto andò liscio.

Nel giro di neanche un’ora mi ritrovai nuovamente alla porta di Salisburgo. Prima di varcarla per sempre mi voltai, convinta di sentire commozione o dolore nel lasciare il luogo nel quale ero nata e da sempre vissuta. Invece nulla. L’arresto di Paracelso aveva arrestato anche una parte di me. Io non appartenevo più a me stessa. Forse, se in quel momento avessi potuto vedere il mio volto, non l’avrei riconosciuto. Nel giro di poche ore la mia vita era stata totalmente sconvolta e la mia mente riprogrammata.

Il mio cuore era sereno, mi sentivo forte e lucida. Ero molto determinata e con passo deciso uscii per sempre dalla città e mi diressi alla fonte per cercare un cantuccio dove passare al sicuro la notte.

Nella piccola grotta accanto alla conchetta di legno trovai riparo. Accesi un fuocherello dietro i massi, cosicché non potesse essere visto dalle guardie o dalla gentaglia, e tirai fuori il mio pane e formaggio. Mangiai e poi mi allungai sull’erba avvolta nella mia coperta.

Quasi senza accorgermene mi addormentai e sognai.

Sognai lui, Paracelso, bello giovane e sorridente. Senza parlare mi si avvicinava e mi depositava un leggero bacio sulla fronte. Mi posò tra le mani un libro pesante e voluminoso e una ciotola d’acqua e scomparve. Dietro di lui una bellissima fanciulla bionda, vestita di una lunga tunica color del cielo, mi sorrideva e dondolava gentilmente il capo in avanti come a dire

– Sì… sì… Sorella. Hai compreso cosa ti aspetta. Lungo sarà il cammino ma già è tracciato davanti a te. Non vacillare mai –

Mi svegliai mentre sentivo quelle parole nella mia testa e vidi l’alba più bella della mia vita.

Ancora assonnata mi guardai intorno. L’odore del bosco mi riempì le narici. Sentii il dolce canto dell’acqua che danzava nella piccola sorgente.

Inaspettatamente, gli eventi della serata mi tornarono alla mente con nitida precisione. Mi alzai e istintivamente, come prima cosa, sorseggiai un po’ di quell’acqua cristallina e iridescente. Il suo sapore era quasi dolce, sembrava il succo di un frutto purissimo. Chiusi gli occhi e la assaporai per un attimo, intensamente.

Sentivo di essere trasportata da una volontà che non era mia. Come fossi su un carro e facessi parte di una carovana, diretta verso non so quale destinazione dopo aver compiuto un lunghissimo viaggio. Mentre i miei piedi si muovevano e conducevano il mio corpo attraverso la foresta, silenziosa presenza tra gli alberi maestosi che cominciavano a brillare dei mille riflessi del sole al mattino, io ricordavo Paracelso…

“Non appartenga a nessuno, chi può essere signore di se stesso”, lo avevo sentito ripetere tante volte, insegnandolo senza sosta ai suoi allievi. Egli cercava di inculcare nei loro spiriti alcune leggi fondamentali dell’esistenza che apparentemente non avevano nulla a che vedere con le storte e gli alambicchi ma che, diceva, ne rendevano ottimale l’utilizzo.

<Senza libertà, senza curiosità della vita, senza coraggio, non avrete mai i componenti di base per gli esperimenti. Tutto rimarrà solo un esercizio di ripetizione e resterete per tutta la vita allievi. Dovete elevarvi, diventare maestri voi stessi e maestri di voi stessi, cercare dentro di voi la memoria… la memoria di ciò che da sempre giace depositato nelle vostre cellule. Non scopriamo mai nulla di nuovo. Ci limitiamo a ricordare… ricordare… ricordare il tempo in cui fummo Dei>.

Vagavo nella foresta calpestando le foglie che crocchiavano sotto le mie suole. I rossi e i gialli dorati della livrea autunnale in arrivo si mescolavano ai verdi dell’estate che finiva. Quella era da sempre la mia stagione preferita. Ne amavo i colori sopra ogni cosa e ora che potevo gustarli, senza null’altro da fare, volevo riempirmene i sensi.

Solo tre anni prima, lottando contro gli intrighi dei colleghi che lo volevano bloccare in tutti i modi, Paracelso era riuscito a far pubblicare un suo libretto che aveva intitolato “Il labirinto dei medici”. Come se non ne avesse già abbastanza, questo gli aveva provocato ulteriori feroci inimicizie non solo tra “gli scienziati” dell’epoca ma anche tra i sudditi di Roma che mal sopportavano le sue tirate sulla libertà dai “Sacri Libri” e altre allusioni alla loro inutilità e all’impossibilità di apprendere dagli uomini, impossibilità che metteva in dubbio, sebbene in modo indiretto e dissimulato, l’autorità della Chiesa stessa.

Ne ricordavo interi brani, che avevo da lui udito leggere ad alta voce nel laboratorio, mentre i discepoli praticoni e superficiali attendevano con trepidazione i risultati di qualche esperimento.

“I libri trasmessi dagli antichi a voi ed a me non mi sono apparsi sufficienti, poiché essi, anziché essere perfetti, sono degli scritti incerti che servono più a traviare che ad indicare la via retta e semplice; e per tale ragione mi sono deciso ad abbandonarli…

“Ho riflettuto a lungo, dove possa trovarsi il maestro che insegni veramente… ho trovato che l’arte della medicina può essere appresa benissimo anche da soli… l’uomo non deve cercare la propria salute nell’uomo, quale unico maestro, bensì abbandonare gli uomini e cercare i libri maestri, onde diventare perfetto per loro virtù…”.

Mentre camminavo nella foresta senza meta, accarezzando le foglie, trasognata e dimentica della fame e degli scopi che mi ero prefissata, ricordai in particolare un brano che, all’udirlo la prima volta,  mi fece tremare pensando che stavo servendo uno di quelli che venivano imprigionati con un’accusa terribile: quella di eresia. Quella sera leggeva Paracelso dal suo libretto:

“Seppure Dio abbia dato a san Pietro e ad altri santi il santo potere di scacciare il diavolo e resuscitare i morti, ecc., questo potere non l’hanno potuto conferire nemmeno loro, e cioè l’insegnamento e la dottrina di Dio. Dobbiamo accoglierli dunque dalle mani di Dio e presso Dio. Altrettanto vale per la medicina. Ciò che può dare l’uomo non è che un cattivo insegnamento: la perfezione deve essere presa dalla luce della natura, alla stessa guisa come gli apostoli la presero da Dio. Ricordatevi bene di un esempio: gli apostoli non hanno predicato Cristo per propria virtù, ma per mezzo di Colui che parlava in loro con lingua infocata, e che fu il loro maestro…”.

Quante volte egli ripeteva ai suoi allievi la sua verità fondamentale: sperimentare personalmente osservando la natura. Quante volte li aveva esortati a non ripetere i risultati altrui ma ad ottenerne di propri. Mentre camminavo in quella natura che egli tanto amava e che fu sempre la sua vera Maestra comprendevo a poco a poco, dolcemente ad ogni passo, la grandezza del suo insegnamento e il vuoto che la mancanza delle sue parole avrebbe lasciato nella mia anima.

“Che il medico impari dalla luce della natura con l’aiuto della filosofia e della astronomia, e non dall’uomo stesso, in cui la luce della natura non esiste per nulla…

“Intendete con ciò, che tanto per voi quanto per me non servirà più ricorrere ai libri cartacei. Chi potrà giungere, infatti, alla fine o trovare la verità, ascoltando le vuote ciance di ogni vano predicatore?”.

E poi ricordava ai suoi lettori, quindi ai suoi allievi e a se stesso: “Dio ha detto che il saggio non dovrà disprezzare la medicina, poiché Iddio agisce ed opera particolarmente in questa scienza”.

Compresi che era probabilmente a causa di quello che lo avevano arrestato e che dovevo stare ancora più all’erta di quanto non avessi calcolato la sera prima.

Lui aveva passato ore di incertezza ma senza disperazione. Si aspettava da tempo di essere imprigionato e rinchiuso in una gelida buia cella. Lo aveva previsto in ogni dettaglio. Alla fine aveva semplicemente smesso di scappare dal suo inevitabile destino, dal destino comune a tutti gli innovatori.

Da che mondo è mondo coloro che insegnano a guardare la luna oltre il dito erano stati osteggiati, disprezzati, temuti e suppliziati in vari modi. Non era il primo e purtroppo non sarebbe stato l’ultimo, almeno sul piano di esistenza nel quale aveva scelto di servire per quella incarnazione.

Per un attimo provò ad esplorare con le mani le pareti della cella cercando di comprenderne la forma, ma poi si abbandonò, vinto dall’inutilità dell’operazione: una forma o l’altra cosa cambiava? Era appunto forma… apparenza.

All’improvviso udì rumore di passi che si avvicinavano, passi sgraziati, pesanti e irregolari

– uno zoppo –  pensò – o un ubriaco.

Quei passi non gli lasciavano presagire nulla di positivo per la sua attuale situazione. Il catenaccio cigolò pesantemente e la porta si aprì lasciando entrare poca luce verdastra e puzzolente. Dovevano essere parecchio in profondità. Il lercio individuo che gli stava davanti non era venuto per portargli qualcosa, ma per portargliela via.

– Dammi quello che hai addosso – biascicò rabbiosamente esalando un fetido odore di alcool – e non cercare di fare il furbo o ti accoppo ora. Nessuno ha interesse che esci di qui, cane!

Il guardiano credeva probabilmente che lui avesse con se denaro o forse un anello o una catena d’oro. Non sapeva che non gli era stato lasciato il tempo di prendere nulla e che, in ogni caso, non possedeva nulla di valore.

Paracelso cominciò a spogliarsi mentre l’altro lo guardava incerto.

– che fai?

– ti dò quello che ho addosso…

– ti ammazzo – gracchiò e gli si buttò addosso a corpo morto.

Paracelso vacillò, debole e affamato com’era, e si schiantò contro il muro con tutto il peso del suo aguzzino sopra di lui. Batté violentemente la testa. Perse i sensi.

Il guardiano si rimise in piedi a fatica e, sputando, finì di spogliarlo. Si portò via i suoi indumenti, lasciandolo completamente nudo, svenuto.

Io nel bosco camminavo sentendomi all’improvviso il cuore stretto da un’angoscia irrefrenabile. Cominciai ad emettere dei brevi guaiti, come una lupa addolorata, per dare uno sfogo a quell’oppressione; poi, ad un tratto, la testa mi esplose in mille frantumi.

Dopo un certo tempo Paracelso rinvenne e si ritrovò accasciato sul pavimento, con la testa incrostata di sostanza vischiosa: il suo stesso sangue. Il dolore era fortissimo ma, attraverso di esso, una esile via d’uscita andava formandosi. Nel buio totale mi vedeva proiettata in un cerchio luminoso al di fuori della sua scatola cranica. Vedeva me che camminavo nella foresta gemendo e premendomi la testa.

D’un lampo comprese: il colpo al cranio, concepito esclusivamente per nuocergli, gli aveva invece portato un gran beneficio.

Ancora non riusciva a comprendere come fosse stato possibile, ma sembrava che si fosse creata un’apertura attraverso la quale mi poteva vedere. E, meglio ancora, le sue immagini mentali potevano entrare nella mia testa. Come due vasi comunicanti.

Aveva sognato, una volta, di certe pratiche che i monaci, nelle alte montagne del lontanissimo Oriente, effettuavano con dei cunei sulle ossa craniche, creando passaggi per aprire la vista interiore. Al momento, però, era troppo stanco e intontito per capire. Ci sarebbe stato tempo più tardi… forse. Si accorse di essere nudo e cominciò a battere i denti, rannicchiandosi sempre più per proteggersi dal freddo con le sue stesse membra, come poteva.

La cosa che più gli importava era comunicare con me e così, istintivamente, sebbene si trovasse già completamente al buio, chiuse gli occhi per aumentare la concentrazione, il raccoglimento.

Intanto io avevo lacerato il bordo della veste e ne avevo ricavata una fascia che mi ero stretta intorno alla testa per trovare sollievo a quei dolori lancinanti.

Chissà come mi venivano in mente le parole di Paracelso, un sera in cui era particolarmente ispirato nella lettura del suo pericoloso libretto:

“Mi si accusa di non entrare nella medicina per la retta porta… In verità quella è la retta porta, che consiste nella luce della natura… Esamina tutti i libri che furono composti sulla medicina: ciò che concorda con la luce della natura rimane ed ha forza; ma ciò che non concorda con essa è un labirinto che non ha né ingresso né uscita… Coloro che si smarriscono (nel labirinto) vanno e cercano senza fine e cercano dove non vi è nulla, trovano dove non vi è nulla e trovano ciò che non è nulla… L’arte della medicina procede da uno solo, e cioè da Dio; ed è da lui che deve sgorgare il fondamento”.

E io mi trovavo proprio completamente immersa in quella natura che veniva indicata come il libro di Dio. Sentivo nella testa il respiro di Paracelso, la sua voce, i suoi pensieri e soprattutto la sua sofferenza. Ma sentivo anche con estrema chiarezza che tutto quel dolore non era e non sarebbe stato vano. Il Disegno non aveva mai tessuto nessuna trama inutile. Forse il corpo doveva passare attraverso il dolore per giungere, sublimandolo, ad una più alta percezione dell’esistente. Come una prova iniziatica.

Dalla sua cella, Paracelso trasferiva in me attraverso il foro nel suo cranio tutto ciò che poteva. Tutta la sua scienza, le sue intuizioni, i suoi ricordi. Velocemente, sempre di più, mi saturavo di un sapere che non era mio.

Mi sentii completamente collegata a quell’uomo e sempre più al suo servizio, al servizio di un Piano che non comprendevo ma che non riuscivo ad abbandonare……..

…… ero sempre stata una serva…. e non avrei mai più potuto essere altro.

All’alba Paracelso morì.

Testo CC Devana 2017 disegno di Nahima tratto dal libro edito da Anguana

ascolta l’audiolettura a questo link https://youtu.be/MVda67uqSWk