La cultura della morte e la sua menzogna

La cultura della morte è un prodotto delle invasioni delle orde guerriere caucasiche e mongole nel neolitico 5.000 a.C. che hanno distrutto le pacifiche e prospere civiltà matriarcali dell’Antica Europa. Prima dell’avvento della guerra e dello stupro, l’umanità ha vissuto in pace per 100.000 anni adorando la Dea come flusso di Vita senza inizio né fine. In questo contesto filosofico spirituale il concetto di morte era del tutto sconosciuto poiché gli esseri umani non si identificavano coi loro corpi, che erano considerati invece  solo dei veicoli. Le anime ritornavano nei nuovi corpi creati dalle madri dei clan. Nella terra venivano poste le ossa coperte di ocra rossa (il sangue della Dea) affinché il Sacro Ventre della Grande Madre le rigenerasse. Tutto ciò che pensiamo della morte non è endogeno. Ci è solo stato insegnato. Se ci fosse stato insegnato che ciò che chiamiamo morte è la porta dell’ovest attraverso la quale percorriamo l’altro emisfero per tornare col sole a est al mattino, noi non capiremmo il concetto di morte come punto finale. Qualche anno fa ebbi una visione della ruota delle 4 direzioni dove ho visto che l’incarnazione comincia a est, come il sole, poi sperimenta il sud e a ovest esce da questo piano di esistenza per recarsi al nord, in una dimensione parallela. Significa che l’uscita dal corpo a ovest (tramonto) è necessaria per completare il cerchio e sperimentare il nord (Asgard) il regno degli dei, per poi tornare in questo piano di esistenza da est. Così ho compreso che la nostra cultura lineare ha perso completamente l’idea della ciclicità della manifestazione vivente. Ci hanno insegnato ad avere paura perché fa comodo che noi si creda che la nascita è un punto A all’inizio di una linea e la morte il punto B alla fine. In realtà non è così, nel cerchio, nella ciclicità, i punti a e b sono sovrapposti e si identificano.
Di seguito un paio di stralci dal mio libro “Il manuale della sciamana moderna” edito da L’Età dell’Acquario nel 2015.
<La Dea-Uccello, la Dea-Avvoltoio, era la Dea nel suo aspetto di rigenerazione. Quando un corpo “moriva” veniva esposto agli animali affinché si nutrissero della carne. Le ossa spolpate venivano poi seppellite ritualmente nel grembo della Dea Madre, come semi che avrebbero generato una nuova vita. Sì, perché la vita non finiva con la morte di un corpo. La vita si trasferiva in un altro corpo. Proprio come una pianta ogni inverno muore e in primavera rinasce con nuovi germogli. Era il corpo che tornava alla terra, non la vita. La vita non può mai morire, può solo cambiare aspetto e forma di manifestazione. Questo terzo fondamentale aspetto della Dea – la RINASCITA in un’altra forma – ci è stata negata dalla nostra cultura rendendoci tutti paurosi e atterriti dalla morte.
La Dea-Uccello era la protettrice della soglia, dell’ingresso nell’ altra dimensione, speculare a quella fisica, nutrice e guaritrice attraverso il rientro nel ventre della terra, il silenzio, il riposo.

La ricerca dell’ultimo punto all’ estremo ovest dove si poteva vedere il sole calante, è stata un obiettivo dell’umanità fin dai primordi. I nostri antenati camminavano per migliaia di chilometri da est a ovest attraverso l’Antica Europa per arrivare al Finisterre di Galizia, estrema propaggine della Spagna settentrionale. Dopo c’era solo l’oceano. La visione del tramonto  in quel sito risveglia la consapevolezza che contemporaneamente il sole sta sorgendo nell’ altro emisfero e che la “morte” da una parte dello specchio corrisponde alla “nascita” dall’ altra parte. Il senso di continuità e di perfezione ciclica di cui si diviene consapevoli meditando al tramonto al Finisterre riequilibra la più grande paura dei nostri tempi: quella della morte>.