Il sacrificio o la storia occulta della “morte” di Anita Garibaldi

Sono Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva[1]. Voi mi conoscete col nome che mi diedero in Italia, Anita Garibaldi. Nel mio nome, Ana e Maria, ci sono la nonna e la madre di Joshua: una matrilinea. Nacqui nello stato brasiliano di Santa Catarina, la Madre protettrice delle scrittrici e delle donne emancipate.

Ero diretta a Venezia quando fui assassinata. Insieme a mio marito e a quel che restava dei suoi, fuggivamo dall’esercito papale che da sempre ha manovrato per impedire l’unità della terra italica. Divide et impera era il motto dei cesari. E così è stato. Solo tenendola divisa e vendendola agli stranieri lo stato pontificio poteva continuare a controllarla e a nutrirsene.

L’Unità d’Italia era stata tradita da chi avrebbe dovuto realizzarla e sigillarla con il coraggio. Fu scritta da una donna valorosa, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, la storia del tradimento all’Italia, da parte di Carlo Alberto di Savoia[2] che vendette Milano agli austriaci firmando una resa vergognosa e scappando di notte coi suoi soldati, tutte le armi e le ricchezze di Milano. Invece Milano era pronta a combattere: in quei giorni di agosto dentro le mura vi erano 50.000 uomini pronti a battersi contro 25.000 austriaci. La vittoria sarebbe stata assicurata. Ma Carlo Alberto tradì e scappò come un topo. E dopo poco arrivò Garibaldi… e l’Italia la fece lui: massone e mercenario. Forse i Savoia avevano accettato un’indipendenza politica di facciata purché economicamente l’Italia continuasse a essere vassalla della Mittel Europa? Forse a Carlo Alberto era stata proposta una finta libertà di diritto in cambio di una tacita e segreta sottomissione di fatto? Cristina, sorella, hai raccontato con la tua penna la vergogna e l’inganno di cui io sono stata vittima. Se l’Italia fosse stata fatta dal popolo ora sarebbe una nazione libera degna pulita e orgogliosa. Ma così non fu, perché Garibaldi fece un’Italia finta e malata, che nasceva già divisa e “schiava di Roma”[3]. E Savoia e papa si spartirono il potere: al primo di diritto e al secondo di fatto.

Ma a Venezia c’era ancora chi resisteva, chi credeva nell’Unità della terra italica. Ci fu un momento in cui la sola Venezia resisteva, unico baluardo repubblicano, all’Europa monarchica. Alla fine del 1848 a Venezia erano confluite migliaia di volontari da tutta Italia, fin dalla Sardegna, Sicilia, Napoli, Toscana, Milano, per resistere agli austriaci. Mesi in cui tutti quegli uomini rappresentavano l’Italia unita del popoli, sopravvivendo con poco cibo e quasi senza acqua ma senza lamentarsi, perché uniti dal comune DESIDERIO DI LIBERTÀ… a Venezia. In quel momento, per me Venezia rappresentava la fine della fuga, un attimo di sosta prima di ripartire. Avevo bisogno di respirare aria di libertà per riprendermi, io e la creatura che portavo in grembo. Stavo così male, avevo caldo, faticavo a respirare e a star dritta. Ero molto debole. Dovevano trasportarmi su un mantello a mo’ di barella. Non ne potevo più di trovare un po’ di riposo. Ce l’avrei fatta, anche questa volta, se solo avessi potuto sostare un po’.

Ma per quanto lo desiderassi, per quanto mi sforzassi, a Venezia… non giunsi allora. Il mio corpo si fermò a metà strada[4].

Che l’Italia fosse fatta da Garibaldi non era solo una scelta politica ed economica ma anche “energetica”. Perché sarebbe stata, ed è, un’Italia viziata nella libertà fin dalla sua dichiarazione di falsa indipendenza. E per ottenere questo, una finta indipendenza, occorrevano gesti studiati, precisi, inesorabili.

Io fui scelta per essere sacrificata. La mia morte rituale doveva garantire nutrimento ai vermi insediati nel cuore di Roma, che da allora si alimentano della memoria energetica del mio cadavere.
La fanciulla da sacrificare doveva essere brasiliana, perché il Brasile era colonia portoghese ed erano stati i massoni del Portogallo a finanziare il viaggio alle “Indie” dell’italiano Colombo (non la corona spagnola come tramanda la storia finta)[5]. Quindi la fanciulla da sacrificare doveva avere certe caratteristiche. Quando Garibaldi giunse nella mia terra e mi vide, affamata di libertà, riscatto ed emancipazione, comprese che facevo al caso suo. Avevo diciotto anni e lui trentadue ma sembrava molto più vecchio.
Mi portò oltre oceano, allettandomi con il trattarmi alla pari degli altri soldati. Godevo di rispetto e responsabilità. Combattevo, andavo di vedetta, custodivo le armi. Mai una volta fui trattata come una “femmina”… eccetto nel letto visto che a Garibaldi partorii due figlie e due figli, e la quinta creatura l’avevo in pancia quando fui assassinata. Accanto a Garibaldi vissi e assorbii nelle mie cellule tutto il programma destinato fin dal principio a creare l’Italia non come Nazione ma come organismo ospite dei parassiti che ancora oggi succhiano la sua energia vitale. Quando da Roma, scappammo a nord, verso Venezia, io davvero stavo male ed ero incinta. Ma non morii di febbri, come racconta la storia ufficiale. Fui strangolata[6] vicino a Ravenna e sepolta senza bara, nella nuda sabbia, affinché il mio corpo cominciasse presto a imputridire e a nutrire i vermi.
Ma quel corpo fu ritrovato, da alcuni bambini che giocavano, nel terreno sabbioso della fattoria all’interno della quale avvenne l’uccisione. La scelta di Ravenna non fu casuale. A Ravenna c’era la capitale delle terre bizantine in Italia.  Il papa, allora come ora, era l’unico sovrano che risiedeva in Italia, sebbene ne governasse solo una piccola parte e lottasse con ogni mezzo per impedire l’unificazione del resto. Il papa manteneva disunita l’Italia politica, brigando al tempo stesso per tenere completamente succube e asservita a sé la sfera mentale ed emozionale di quel popolo, già dai tempi dell’invasione ostrogota millequattrocento anni prima. Ravenna era stata il confine tra longobardi e bizantini e il punto focale e nevralgico in cui si concentrò, più volte nella storia, lo sforzo del papa d’impedire l’unificazione d’Italia.
Lo stesso inno di Mameli, come ho detto,  lo declama apertamente: “che schiava di Roma Iddio la creò”: più chiaro di così. L’Italia unita è stata creata come schiava di Roma, organismo ospite del papato che per mantenere il controllo la vende costantemente agli stranieri.
Non a caso sono i miei resti a essere stati posti al Gianicolo, a Roma: un colle il cui nome viene da Giano – dio delle porte e dei transiti – e che fu in epoca arcaica luogo di iniziazione dedicato ai misteri della Dea; alle sue pendici sorge un tempio di Iside, la Grande Madre egizia.

I resti di Garibaldi, invece… li hanno lasciati a Caprera. Perché è col mio corpo di femmina che finalmente il papato romano ha creato una riserva perenne di “alimento” a cui attingere. Mantenendo al contempo il popolo italico in uno stato di perenne umiliazione, senza dignità né fierezza, eterna vittima venduta al miglior offerente, incapace di lottare per un ideale, predisposto al compromesso. I miei resti di madre sacrificata – perché portavo dentro di me la mia creatura – sono il mattone si cui si regge l’Italia cibo del papa tiranno.

Amata sorella mia Ipazia[7], che fosti smembrata con… una conchiglia[8], chiaro segno di ritualità patriarcale. Tu mi hai preceduta in questa sciagurata eredità di essere la femmina sacrificale che garantisce il potere del mondo androcentrico. Partendo dalla vulva ti tagliarono a pezzi, con quel simbolo stesso della vulva che è la conchiglia. Non usarono pugnale o bastone o semplici mani come si sarebbe pensato da un’orda di animali quali erano i monaci parabolani. No, usarono uno strumento ben preciso ed è per questo che posso sostenere che anche tu fosti vittima di un femminicidio rituale. Sul tuo corpo di vergine sacrificata fu costruita la cristianità cattolica. Sul mio corpo di madre l’Unità d’Italia organismo ospite del gran parassita. E la Madre nel suo aspetto di anziana? Chi è colei che incarnò il terzo volto della Dea?

Ecco che vedo la terza Madre sacrificata all’ingordigia di potere papale: Maifreda da Pirovano[9], la Papessa, la vicaria della Incarnazione Divina che fu Guglielma la Boema. Mandata sul rogo nonostante fosse stata legittimamente eletta dal popolo milanese come rappresentante della Dea Guglielma. La sua elezione fu legittima, ma Roma non poté accettare una donna che avesse l’ardire di dirsi papa. E la fece bruciare, su pira di legna, non prima e non ultima tra i milioni di donne sacrificate alla paura del patriarcato di perdere il dominio sull’umanità.

Così il volto della Dea torna ad essere Uno nelle sue Figlie sacrificate. La consapevolezza compie il miracolo della riunificazione. Ipazia fanciulla di bianco lino abbigliata, Anita madre con la sua camicia rossa garibaldina e Maifreda anziana papessa con la sua tunica scura e la sua saggezza di guardiana dell’Ovest. L’Occidente, la Porta dell’Ovest di cui la Dea Anziana è guardiana preposta alla rigenerazione.

Ora a Venezia ci sono. Ho completato il mio viaggio da Ovest a Est come il sole che rinasce. Ora che sono libera posso liberare la terra che ospitò il mio corpo e trovare il mio riposo.

Un sentito grazie a Gerardo Lonardoni per le informazioni storiche su Ravenna che mi ha gentilmente concesso di citare, tratte dal suo saggio “Il karma nazionale: l’Italia e il papato”. Si veda anche la sua pagina fb https://www.facebook.com/Karma-Nazionale-il-risveglio-dellItalia-114432646620595/


[1] Ana Maria Ribeiro (Santa Catarina-Brasile 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna 4 agosto 1849) fu data in moglie a un ciabattino ad appena 14 anni. La storia ufficiale racconta che conobbe Garibaldi quando lui si trovava in Brasile col suo esercito in fuga dall’Italia. Tornò con lui, lo sposò, gli diede 4 figli e lo seguì in tutta la sua campagna per unificare l’Italia, combattendo al suo fianco. Sempre la storia ufficiale sostiene che morì di febbri vicino a Ravenna – durante la ritirata dell’esercito garibaldino da Roma verso Venezia – e che per paura dell’esercito papale in arrivo, fu sepolta in fretta sotto la sabbia. I suoi resti furono recuperati e si trovano ora sotto la statua equestre a lei dedicata, al Gianicolo. Ma c’è un’altra versione documentata ed è quella si cui si basa il seguente racconto.

[2] La principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, matriota militante a quell’epoca, senza paura e senza menzogna ebbe il coraggio di raccontare la verità e smascherare i responsabili di una ignominia che ancora oggi mortifica e indebolisce la Nazione. Chiunque abbia a cuore la storia vera non può non leggere la vera narrazione di come andarono i fatti nel suo “Il 1848 a Milano e a Venezia”, Universale Economica Feltrinelli 2011

[3] Come recita l’inno di Mameli “che schiava di Roma iddio la creò”

[4] Anita lasciò il corpo a Mandriole, fuori Ravenna, dove ancora oggi esiste un cippo commemorativo nel luogo in cui il suo corpo fu sepolto senza bara sotto la sabbia

[5] Come dimostra lo storico Umberto Bartocci nel suo “America una rotta templare”, Edizioni della Lisca 1995

[6] Secondo una teoria più che accreditata Anita Garibaldi fu strangolata, cito qua solo alcune fonti http://www.lindipendenzanuova.com/anita-garibaldi-come-morta/

[7] Ipazia di Alessandria, scienziata astronoma filosofa e insegnante 370-415 d.C. Per saperne di più si legga il romanzo storico di Petta-Colavito “Ipazia vita e sogni di una scienziata del IV secolo”, La Lepre ed. 2010

[8] Ipazia fu assassinata brutalmente, facendola letteralmente a brandelli da viva, da Pietro il Lettore monaco parabolano e dal suo esercito di monaci agli ordini del vescovo Cirillo, oggi santo e padre della chiesa

[9] Maifreda da Pirovano, aristocratica appartenente a un ramo cadetto della famiglia dei Visconti, entrò nella Casa delle Umiliate di Biassono e visse come monaca finché non conobbe Guglielma e cominciò a venerarla come manifestazione femminile divina, diventandone la vicaria, quindi la Papessa, riconosciuta da tutti i suoi seguaci. Maifreda finì sul rogo come eretica nel 1300, diciotto anni dopo la morte di Guglielma, della quale furono riesumate le ceneri e bruciate insieme a lei. Blažena Vilemína detta Guglielma la Boema nacque nel 1210 in Boemia (Polonia) figlia di Costanza d’Ungheria e del re boemo Premislao I. Tra  i 50 e i 60 anni, probabilmente nel 1862, dovette fuggire dalla sua terra e si rifugiò in terra milanese dove visse nell’Abbazia di Chiaravalle fino alla sua morte avvenuta nel 1282. Fu ed è ancora considerata incarnazione dello Spirito Santo, terza persona della trinità, e quindi per traslato incarnazione divina. Ad oggi esiste ancora una Chiesa Boema che mantiene vivo il culto di Guglielma: la Chiesa Guglielmita.