I romanzi “d’amore” delle donne: cronaca di una svalutazione artistica

Dall’estate 2017 leggo solo donne. In questi 24 mesi ho letto – tra quelli registrati per La Scuola delle Donne® https://www.youtube.com/channel/UC-aeVy8RYBj0UJNVxOH7M4Q e quelli per la mia istruzione personale – circa 80 libri scritti da donne. Sento il bisogno di recuperare i decenni passati a riempirmi gli occhi e il cervello di parole quasi solo maschili. Sento il bisogno di RIEQUILIBRARE riempiendo il vuoto. Ho letto storie di donne meravigliose e mi si è aperto un mondo: più ne leggo e più ne scopro. Le donne che hanno formulato pensieri e li hanno pronunciati sono tantissime, sebbene solo poche siano conosciute.
In particolare ho potuto constatare in questi giorni, leggendo Colette, un’autrice che non parla certo d’amore, di come i romanzi scritti da donne siano sempre furbescamente presentati in modo sottilmente canzonatorio o comunque “rosa”, giusto per mantenerli nel “giusto scaffale”. “La vagabonda”, di Colette appunto, parla di una donna che rinuncia all’amore e sceglie la libertà, in un tempo in cui le due cose non si potevano avere insieme. Ma lo strillo di copertina recita NON C’E’ PREZZO PER L’AMORE, decisamente fuorviante rispetto al contenuto, tanto che quasi non lo leggevo pensando di trovarvi tutt’altra cosa.
Un mese fa iniziai la registrazione di “A many splendored thing” della medica e scrittrice euroasiatica Han Suyin. Il titolo significa UNA COSA DAI MOLTI SPLENDORI e parla di una donna che all’amore sceglie la professione medica. Ma la traduzione italiana è L’AMORE E’ UNA COSA MERAVIGLIOSA, titolo orribile e oltremodo fuorviante.
Per contrappasso, paradossalmente, Virginia Woolf si diceva stufa di leggere centinaia di racconti sulla guerra. Si chiedeva perché non ci fossero più storie che parlassero di negozi di cappelli. E si chiedeva anche perché mai i racconti che parlano di guerra sono considerati LETTERATURA IMPEGNATA, mentre quelli che parlano di negozi di cappelli LETTERATURA FEMMINILE.
Alcune scrittrici sceglievano di usare pseudonimi maschili perché i loro scritti non fossero “classificati come letteratura femminile”, e stiamo parlando di George Sand, George Eliot e le tre sorelle Bronte che uscirono con i nomi maschili di Acton Currer e Ellis Bell. In tempi recenti Oriana Fallaci ha preteso che la si definisse “scrittore” e non “scrittrice” per non sminuire il suo lavoro. Per non parlare dello strillo di presentazione del biopic su Emily Dickinson “A quiet passion” (anno 2017) che la definisce “uno dei poeti più grandi e amati” con la frase tutta al maschile.
Bisogna proprio ripartire dalle basi e RIFORMULARE la sottile programmazione sminuente che viene applicata a tutto ciò che riguarda il mondo femminile… dalle statuette neolitiche della Grande Madre – che nei musei vengono presentate come “idoli” – ad oggi!!!