Dal matriarcato di Bachofen alle società matrilineari di Marija Gimbutas

foto di statuette della Dea o delle Donne Sacre fotografate in Romania, Bulgaria, Creta, Italia, Messico, Paraguay e Cile

Perché per parlare di matriarcato, nonostante la quantità di validi testi scritti da donne, parto da Bachofen? Perché è a questo storico ottocentesco che si rifanno quelli contemporanei – maschi e femmine che gradiscono di più la o finale – per negare l’esistenza di un’epoca matriarcale sostenendo che l’ha inventata lui nel suo libro “Il Matriarcato” del 1861 e che le femministe han dato corpo a tale teoria perché legittimava le loro rivendicazioni. Intanto chiariamo bene che non solo le femministe si appassionarono al lavoro di Bachofen, bensì anche esponenti della sociologia e psicologia, del socialismo, del nazismo e dell’antifascismo del femminismo e antifemminismo, della letteratura e dell’arte in genere.

Inoltre chi sostiene che non ci sono prove storiche dell’esistenza di società matriarcali, ignora volutamente l’enorme quantità di prove archeologiche antropologiche etnologiche e sociologiche fornite a partire dagli anni ’70 riguardo all’esistenza reale e innegabile di società matrifocali passate e presenti. Negare questa eredità concreta e tangibile solo perché non esistono prove scritte, ma solo incisioni, petroglifi, pittogrammi, decorazioni delle ceramiche e soprattutto le statuette, ben sapendo che la scrittura è un’invenzione recente della storia umana risalente al 3.000 a.C. circa, è negazionismo puro di tutto ciò che è esistito prima, ossia dal paleolitico in poi.

Il sistema mediatico si serve di studiosi divenuti noti personaggi televisivi al fine di mantenere in vita, attraverso la sottile tecnica dell’irrisione, il concetto dell’inferiorità biologica intellettuale e artistica delle donne, la medievale querelle des femmes di cui la nostra civiltà androcentrica è tutt’ora impregnata. Il main stream, poi, recluta accademiche e politiche femministe che in maniera indiretta e occulta il regime androcratico e androcentrico lo sostengono. Note femministe presenti e passate hanno negato l’esistenza del matriarcato proprio adducendo a motivazione il lavoro di Bachofen e sostenendo che fu una sua invenzione: una per tutte Simone de Beauvoir che in “Il secondo sesso” sostiene che è stato il potere delle figure mitologiche di Niobe, Medea, Andromaca o Ecuba a farci <supporre –scrive –  che esistesse nei tempi primitivi un vero regno delle donne; è l’ipotesi proposta da Bachofen… ma in realtà questa età d’oro della donna non è che un mito>. Simone de Bauvoir afferma senza mezzi termini che la società è sempre stata maschile e così pure il potere politico. Il che sarebbe in netto contrasto con il ritrovamento di migliaia di statuette raffiguranti la Grande Dea Madre neolitica da parte dell’archeologa Marija Gimbutas negli anni ’80. Vero è che i libri sulle civiltà matrifocali di Marija Gimbutas sono una produzione successiva a IL SECONDO SESSO di Simone de Beauvoir che è del 1949. Ma Momolina Marconi, docente di storia delle religioni e studiosa delle civiltà matrilineari, pubblicava articoli specialistici sia in italiano che in francese proprio contemporaneamente a Simone de Beauvoir. Possibile che Simone non conoscesse gli studi di Momolina? Nella enorme quantità di materiale documentale che ha consultato per Il secondo sesso, tra cui l’opera Il matriarcato di Bachofen che aveva già 100 anni, non ha preso in considerazione né Momolina né Marija che nello stesso periodo pubblicava i suoi primi libri sul folklore lituano? Vero anche che Simone si dichiarava atea, ma questo le proibiva forse di prendere in considerazione materiale archeologico riferito a una cultura all’epoca definita pagana?

Quando gli storici sostengono che sono state le femministe a dare corpo e volume alla cosiddetta invenzione del matriarcato ad opera di Bachofen, a quali “femministe” si riferiscono? Una versione sostiene che la parola fu utilizzata per la prima volta nel’700 dal filosofo francese Charles Fourier ispiratore delle prime comunità del socialismo utopico; un’altra versione che la parola femminismo fu usata per la prima volta nell’800 in forma dispregiativa da un giornalista (come la parola suffragette affibbiata con lo stesso intento dispregiativo alle donne che combattevano per il voto). Un’altra versione ancora afferma che il termine femminismo già si usava in ambito scientifico per indicare uomini con problemi di virilità. Cè chi sostiene che la nascita ufficiale del movimento femminista sia avvenuta in America nel 1848 allo storico Congresso di  Seneca Falls sui diritti delle donne, nel quale fu chiesta la cittadinanza politica per “neri” e “donne”. E chi dice che nacque sì nell’800, ma in Inghilterra per dare un nome al movimento delle suffragiste.

Si crearono poi nel ‘900 due correnti in contrasto tra loro. Da una parte quella politica atea e razionalista con cui si identificavano Virginia Woolf e Simone de Beavoir, che considerava le mestruazioni e la maternità come una maledizione che condannava la donna al suo ruolo di schiava della riproduzione. Questa corrente si legò poi alla sinistra politica più o meno reale. Dall’altra parte la corrente antropologica – legata alle scoperte archeologiche di Marija Gimbutas e delle antropologhe Heide Göttner Abendroth e Riane Eisler – che invece da alla maternità un valore sacro collegato alla Dea, più in risonanza con la trattazione di Bachofen.

Insomma non si può dire con certezza quando nacque ufficialmente il movimento codificato che identifichiamo con la parola femminismo. Ma se per femministe intendiamo le donne che hanno combattuto per i più elementari diritti negati loro dal patriarcato allora possiamo risalire al 5° secolo quando la scienziata Ipazia di Alessandria fu assassinata per non aver accettato  di rinunciare all’insegnamento obbedendo alla nuova legge misogina e repressiva di paolo di tarso abbracciata dalla chiesa delle origini. Oppure a Cristine de Pizan che nella seconda metà del 1300 scrisse la città delle dame e osò far causa ai debitori del marito morto perché si rifiutavano di saldare a lei in quanto donna. E così via pensiamo a Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft autrici delle prime dichiarazioni dei diritti delle donne nel 1700, ad anna wheeler che a loro ispirata riprese l’argomento all’inizio dell’800.

Pensiamo all’opera di donne che pur non definendosi femministe hanno lottato per la nostra libertà e parità, come Millicent Fawcett, Emmeline Pankhurst e la WSPU che con una battaglia durata decenni riuscirono a far avere alle donne non solo il diritto di voto, ma la possibilità di possedere una casa e un patrimonio, di avere giurisdizione sui figli e di poter contare su una pensione: tutte cose che all’universo maschile appaiono ovvie e scontate. Eppure al tempo in cui Emmeline e le sue figlie andavano in prigione per i diritti delle donne, non c’è neppure sicurezza che la parola femminismo fosse già stata creata. E poi l’italiana Cristina Trivulzio di Belgioioso che senza definirsi femminista partecipò e finanziò di sua tasca i movimenti risorgimentali. Dunque a chi ci si riferisce quando si tira in ballo il femminismo? E perché le donne sono state costrette a lottare da millenni per poter semplicemente essere considerate delle persone con pari diritti agli uomini? Se non perché avevano memoria di un tempo in cui quei diritti li avevano avuti?

Il regime androcratico mondiale ha tutto l’interesse a continuare a irridere l’esistenza, ancorché straprovata, della civiltà matrifocale e matrilineare prepatriarcale. Ho volut vederci più chiaro e ho deciso di leggere per intero l’opera del 1861Il matriarcato o il diritto materno, di Johann Jakob Bachofen. Comincio dunque analizzandola, con tutti i suoi limiti. Innanzitutto, Bachofen non usa la parola matriarcato bensì civiltà ginecocratica che significa guidata dalle donne. La parola matriarcato deriva dall’espressione diritto materno, ovvero il diritto naturale originario, che era anche il primo titolo del libro.

Bachofen comincia appunto riportando l’esempio delle genti cretesi che usavano l’espressione “terra materna” (anziché patria); <la comunanza del grembo materno – scrive – fu celebrata come il più intimo vincolo, unica base di parentela; l’assistere la madre, il difenderla, il vendicarla, appare come il dovere più sacro; mentre l’attentare alla sua vita fu considerato come una colpa inespiabile, pure se al servizio del padre oltraggiato. Servono altri particolari?>, si chiede Bachofen.

Ovviamente l’opera ha i limiti che ci si aspetta in una visione patriarcale del matriarcato. Essendo stata scritta da un uomo, pur con le migliori intenzioni non riesce a sganciarsi dall’idea che tutto ciò che è ctonio, tellurico e basso sia inferiore a ciò che è celeste e alto, che la maternità sia selvaggia e materiale, mentre la paternità civile e spirituale e che il passaggio da matriarcato a patriarcato sia da collegare a una evoluzione spirituale dell’umanità e a una maggiore purificazione degli istinti, e non come è stato provato dall’archeologia, dalle invasioni dei guerrieri mongoli e caucasici che hanno attuato tale sostituzione con la violenza.

Inoltre Bachofen collega il principio femminile alla luna e parla di primato, nelle società ginecocratiche, della notte- oscurità – grembo materno sul giorno, non tenendo conto, o non sapendo, del lungo periodo di storia in cui la dea era androgine e solare: <con la Terra – scrive – è identificata la notte: la più antica divinità, concepita come madre e potere ctonio, e connessa alla donna. Invece il Sole fa alzare lo sguardo alla contemplazione dello splendore della forza virile. L’astro diurno fa vincere l’idea della paternità>. Sostiene inoltre che nelle società ginecocratiche veniva data maggiore importanza, scrive: <al lato oscuro della morte anziché al lato chiaro della crescita naturale, al morto anziché al vivo, al lutto anziché alla gioia>. Anche questa è una errata interpretazione patriarcale: il concetto di morte associato al lutto e all’oscurità. Nella cultura ginecocratica la morte non era per nulla un fatto luttuoso né definitivo ma un semplice passaggio ad un’altra dimensione in attesa di tornare nel mondo fisico.

<L’espressione Diritto Materno (Mutterrecht) – scrive Bachofen – è nuova. Un mondo nuovo e la più originaria norma di vita, una fase di civiltà sepolta o superata. Riporta Erodoto che il popolo dei Lici non dava il nome paterno ai figli ma solo quello materno, che nelle loro genealogie menzionavano solo gli avi materni e la classe sociale dei figli veniva definita solo in base a quella della madre. Riporta ancora Erodoto che l’eredità del re Sarpedone andò di diritto a sua figlia Laodamia anziché ai figli maschi. Nicola Damasceno ricorda che solo le figlie potevano ereditare e Strabone che i Cantabri ricevevano una dote dalle sorelle. Tacito riferisce che tra i Germani il ceppo familiare continuava tramite la sorella. il diritto materno –  conclude Bachofen- dunque non riguarda certi popoli, bensì una fase di civiltà che precede il diritto paterno>.

<La tradizione mitica – scrive ancora – è la fedele espressione della legge di vita di un’età ginecocratica, la base dello sviluppo storico del mondo antico, e una fonte storica autentica e attendibile>. E questo detto da uno storico; prosegue Bachofen: <Elementi antichi sono repressi dai nuovi, Denominazioni femminili divengono maschili. Insomma: frutti di concezioni materne cedono alle esigenze di una teoria generata dalla paternità. Senza conoscere le origini, la conoscenza storica non può arrivar a conclusioni. La ginecocrazia reca i segni di una compiuta fase di sviluppo dello spirito umano. La sovranità in famiglia del principio materno non è un fenomeno isolato>.

<Connaturato al principio paterno – precisa Bachofen – è il particolarismo, invece a quello materno l’universalità. Il principio paterno restringe l’appartenenza ad un solo gruppo; il principio materno non conosce esclusivismo più di quanto faccia l’ecosistema. Dal principio della maternità generatrice deriva la fratellanza universale di tutti gli esseri umani, Il grembo di ogni donna è immagine mortale della Madre Terra, Demetra; e la terra natia conoscerà solo fratelli e sorelle finché, col sistema patriarcale, l’unità della massa sarà infranta. Materno è quel principio di universale eguaglianza e libertà, che ricorre nella vita dei popoli ginecocratici, famosi per l’assenza di lotte intestine e per il ripudio di ogni disturbo della pace. Esiodo parla di antiche stirpi di donne  la cui scomparsa fece sparire la pace dalla terra! le matrone galliche furono chiamate a dirimere le controversie nella lega di Annibale coi Galli; in tante tradizioni antiche, le donne amministrano la giustizia, votano nelle assemblee popolari, impongono a schiere di combattenti di arrestarsi, mediano la pace e ne fissano le condizioni. Il genere umano – scrive sempre Bachofen – ha vissuto destini più alti di quanto la nostra immaginazione possa figurarsi. Le basi religiose della ginecocrazia fanno apparire il diritto materno nella sua forma più degna, lo collegano ai lati più elevati dell’esistenza, esibendo la grandezza dei tempi primordiali>.

<Alla superiore forza fisica dell’uomo la donna oppose la sua superiore sensibilità religiosa, al principio della violenza quello della pace, allo spirito di competizione lo spirito di conciliazione, all’odio l’amore. Così la donna seppe guidare l’esistenza selvaggia, fuori legge, dei primi tempi verso quella forma di civiltà più mite e calma, nella quale essa troneggerà come incarnazione della legge divina. In ciò sta il potere magico delle figure femminili… La ginecocrazia si lega ai Misteri della religione ctonia, l’utero si presenta qual espressione del mistero della dea Demetra diviene espressione del matriarcato nella sua forma sociale. la fede, la giustizia e tutte le specifiche qualità umane hanno nomi femminili, Dalla donna dipende il primo sviluppo del genere umano, il primo progresso verso la civiltà e una esistenza regolata, e in specie la prima educazione religiosa: dalla donna dipende il godimento di ogni bene superiore. In lei, prima che nell’uomo, si destò l’anelito ad affinare l’esistenza, È opera sua l’intera civiltà che seguì alla prima barbarie; suo dono, oltre alla vita, è ogni gioia della vita; la ginecocrazia appare come testimonianza del progresso della civiltà… La ginecocrazia, nel proceder dalla maternità generante (che ne è l’immagine fisica), sentì l’unità di tutto il mondo vivente e l’armonia dell’universo e la collegò al grembo generatore, all’amor materno che tutto accoglie, preserva e nutre. il dominio politico e domestico della donna resta intatto a lungo. Ma pure tale dominio doveva ridursi via via. Dunque – sostiene Bachofen – La storicità del matriarcato è irrefutabile>.

Ma poi, contraddicendosi, egli cambia improvvisamente rotta e dopo aver esaltato la società ginecocratica conclude abbracciando entusiasticamente gli stereotipi patriarcali ossia <L’umanità deve la vittoria del patriarcato all’idea di Stato di Roma, che gli diede rigorosa forma giuridica, fondando su di esso l’intera vita, immune alla decadenza della religione, alla corruzione dei costumi e alla ricaduta (come fosse una malattia) dell’anima popolare in concezioni ginecocratiche>. Bachofen parte dalla convizione che “La storia della razza umana è determinata dalla battaglia dei sessi”. Ora sappiamo che non è così: Lo studio dei pittogrammi e dei resti archeologici dell’epoca matrifocale dimostrano che l’idea di battaglia non era concepita, come pure è errata la idea di Bachofen che il matriarcato fosse il dominio delle donne sugli uomini. pure il concetto di dominio è solo patriarcale.

Infatti anche Meret Fehlmann, dell’Istituto per la cultura popolare dell’università di Zurigo, commenta che tutti e tre i tipi di donne nel modello a fasi proposto da Bachofen – la cortigiana addetta solo al piacere, la madre addetta solo alla procreazione e l’amazzone addetta solo alla vendetta contro il maschio – corrispondono alle idee stereotipe del sesso maschile nei confronti della donna

E finalmente arriva MarijaGimbutas  a darci chiarezza e prove che perfino gli storici dovrebbero accettare poiché non si tratta di teorie ma di reperti archeologici. Marija Gimbutas, nacque in Lituania nel 1921 e dopo molte vicissitudini tra cui la fuga dall’Europa, giunse a insegnare alla UCLA, l’Università di Santa Barbara in California. Marija è l’archeologa responsabile di una visione totalmente nuova riguardo la preistoria europea. Dopo un primo periodo di difficoltà dovuto alla impostazione rivoluzionaria delle sue teorie e al fatto di essere una donna, le furono accordati fondi per scavare e questo le permise di suffragare concretamente le sue teorie che furono poi fonte di ispirazione per i movimenti di emancipazione delle donne. Attualmente è considerata un punto di riferimento e non solo tra gli addetti ai lavori in campo archeologico e antropologico. Cominciò a scavare in quella che chiamò l’Antica Europa, che andava dall’Italia meridionale a tutta l’area balcanica seguendo il corso del Danubio fino alla sua foce nel Mar Nero. In quelle terre e in quell’arco di tempo trovò almeno cinquecento statuette della Grande Dea Madre che confermavano la sua teoria inerente una millenaria cultura matrilineare e matrifocale, prepatriarcale, pacifica, ricca, ugualitaria e incentrata sul ruolo sacro delle donne datrici di vita, sbrigativamente bollata dalla storia ufficiale come “preistoria”.

Marija ci dimostra che la prima divinità adorata da tutta l’umanità fu una Dea Madre partenogenetica, la Natura, la Terra ma anche il cosmo e il cielo stellato e il sole, insomma la Vita intera. Questa meravigliosa ed evoluta società matrifocale, ma potremmo dire matriarcale se dessimo alla parola il suo giusto significato etimologico, dove arché non significa dominio ma origine, quindi matriarcato diventa origine materna e si lega quindi a quel diritto materno di cui aveva parlato Bachofen, questa società fu irrimediabilmente minata dalle invasioni di popoli guerrieri armati e a cavallo provenienti dall’ est dal Caucaso e dagli altipiani della Mongolia nel terzo millennio a.c. – che Marija Gimbutas ha chiamati Kurgan – che sdoganarono  la cultura della morte violenza razzia e stupro, della servitù e della schiavitù. In tre successive ondate furono assoggettate le pacifiche comunità native dell’Antica Europa che non conoscevano la violenza o la lotta e non furono in grado di difendersi, poiché non avevano armi né fortificazioni, come dimostrano ancora una volta gli scavi archeologici relativi a quell’epoca. Ed è proprio questo che la storia patriarcale, nonostante l’evidenza delle prove, preferisce ignorare, continuando a cercare altre versioni meno imbarazzanti.

Testo e foto CC 2022 Devana

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